Contro la same-sexuality
L’ideologia egalitarista è una lupa magra e insaziabile. Il matrimonio gay è soltanto una delle sue prede transitorie, una figura dello spirito, in termini hegeliani, e questa vorace inquietudine è la sfumatura della sentenza della Corte suprema americana sulle nozze che più preoccupa Harvey Mansfield, l’ultimo conservatore di Harvard. Il filosofo politico ottantunenne che è stato maestro di una generazione di intellettuali di destra, da William Kristol a Francis Fukuyama, ha l’ironia necessaria per rispondere alla domanda “disturbo?” del cronista con un “nient’affatto, non sono sceso in piazza a festeggiare la sentenza”, ma il tono si fa più grave quando l’esegeta di Machiavelli valuta gli addentellati storici e antropologici del verdetto.
24 AGO 20

New York. L’ideologia egalitarista è una lupa magra e insaziabile. Il matrimonio gay è soltanto una delle sue prede transitorie, una figura dello spirito, in termini hegeliani, e questa vorace inquietudine è la sfumatura della sentenza della Corte suprema americana sulle nozze che più preoccupa Harvey Mansfield, l’ultimo conservatore di Harvard. Il filosofo politico ottantunenne che è stato maestro di una generazione di intellettuali di destra, da William Kristol a Francis Fukuyama, ha l’ironia necessaria per rispondere alla domanda “disturbo?” del cronista con un “nient’affatto, non sono sceso in piazza a festeggiare la sentenza”, ma il tono si fa più grave quando l’esegeta di Machiavelli valuta gli addentellati storici e antropologici del verdetto. “Nelle ‘Donne al parlamento’ di Artistofane le donne prendono il potere e si arrogano il diritto di decidere delle relazioni sessuali. Poi però si rendono conto che le più belle saranno avvantaggiate e introducono una regola per dare le stesse opportunità anche alle brutte. L’esempio ovviamente è comico ma descrive la dinamica della democrazia egalitaria: ogni conquista ne implica subito una successiva e ulteriore. Il pronunciamento della Corte suprema è grave al di là della decisione particolare, perché legittima la ricerca ossessiva di un nuovo elemento sociale a cui applicare questa ideologia progressista. Chi saranno i prossimi discriminati da rendere uguali? I grassi? I brutti? I poligami? Qualcosa troveranno”, dice Mansfield. La conquista a tinte arcobaleno è l’ultimo prodotto di una malintesa concezione dell’uguaglianza: “Nell’idea egalitaria – continua il professore – che abbiamo ereditato dalla Rivoluzione francese le persone non sono soltanto uguali in termini di valore assoluto ma sono la stessa cosa. Quando quest’idea è finita nelle mani del femminismo la prima differenza da eliminare è diventata quella sessuale, e così tutti siamo diventati la stessa cosa in termini: uomini e donne si sono fuse in un ibrido, un pasticcio culturale, padri e madri sono scomparsi in favore di istanze di parentalità, una delle parole più terrificanti della nostra epoca. Ed è terrificante perché è contraria al senso comune.
Al contrario delle differenze, ad esempio, di condizione sociale, la questione sessuale è implicita nella natura. E non c’entra niente, come vogliono suggerire, con il pregiudizio razziale, perché è evidente che le distinzioni fra le razze sono superficiali, sono ramificazioni fenomenologiche, mentre quella sessuale ha a che fare con l’essenza della persona e ne determina lo sviluppo”. Per il filosofo americano la decisione di dichiarare incostituzionale il cuore del Defense of Marriage Act, proclamazione del matrimonio come unione fra uomo e donna, in nome delle libertà personali garantite dalla Costituzione è anche uno schiaffo al liberalismo, “nel quale è semmai implicita la tolleranza”, dice. “Non vogliono tolleranza, vogliono abbattere le distinzioni. Mi rifiuto di dire che si battono per l’omosessualità: si battono per la ‘same-sexuality’, che è la sua degenerazione illiberale”.
E’ ironico, poi, che dopo tanta diversity orgogliosamente esibita il movimento gay sia approdato sui lidi borghesi della parificazione timbrata da un impiegato pubblico. Anche qui Mansfield gira il coltello nella contraddizione. “Ho passato una vita a Harvard, ed è normale che abbia molti amici gay, e del resto chi non ne ha ormai. Quello che molti mi dicono però è che il fatto di essere diversi e fuorilegge è parte integrante della questione. C’è un aspetto eversivo che sta svanendo, e non sono certo che tutti i gay ne siano felici”. Altra conseguenza. “Il potere della democrazia sta abbattendo il potere del contesto. Non è una battaglia di oggi ma va avanti dall’affermazione dei sistemi liberali. Io credo, e lo dico con amarezza, che la democrazia come la intendono i sostenitori del matrimonio gay, un pasticcio egalitario, sia più forte di qualunque cosa. Anche una civiltà costruita sulle spalle di Aristotele alla fine perde di fronte a questo assalto fatto di conquiste irreversibili. Il progressismo moderno è disegnato per essere unidirezionale, non si torna indietro, e le conquiste non sono mai definitive”.
E’ ironico, poi, che dopo tanta diversity orgogliosamente esibita il movimento gay sia approdato sui lidi borghesi della parificazione timbrata da un impiegato pubblico. Anche qui Mansfield gira il coltello nella contraddizione. “Ho passato una vita a Harvard, ed è normale che abbia molti amici gay, e del resto chi non ne ha ormai. Quello che molti mi dicono però è che il fatto di essere diversi e fuorilegge è parte integrante della questione. C’è un aspetto eversivo che sta svanendo, e non sono certo che tutti i gay ne siano felici”. Altra conseguenza. “Il potere della democrazia sta abbattendo il potere del contesto. Non è una battaglia di oggi ma va avanti dall’affermazione dei sistemi liberali. Io credo, e lo dico con amarezza, che la democrazia come la intendono i sostenitori del matrimonio gay, un pasticcio egalitario, sia più forte di qualunque cosa. Anche una civiltà costruita sulle spalle di Aristotele alla fine perde di fronte a questo assalto fatto di conquiste irreversibili. Il progressismo moderno è disegnato per essere unidirezionale, non si torna indietro, e le conquiste non sono mai definitive”.
Antonin Scalia ha scritto nella sua infuocata opinione di dissenso che i sostenitori del matrimonio tradizionale sono stati mostrificati dalla cultura dominante, sono diventati “hostes humani generis”. Paradosso: in nome dell’uguaglianza l’umanità è stata divisa in due generi distinti e diseguali, gli onesti difensori della specie e i suoi reazionari distruttori. Per Mansfield questo processo di degradazione dell’avversario è una “enorme scheggia della correttezza politica cresciuta nelle università che si è conficcata nella politica. In fondo non è che una polizza assicurativa dei liberal: come faccio a essere certo che un giorno la società non cambierà di nuovo idea e ritornerà verso una concezione tradizionale? Cosa mi garantisce che un domani non saremo qui a dirci razionalmente che sui matrimoni gay avevamo sbagliato, così come è successo, ad esempio, sul proibizionismo? L’unica garanzia è che la posizione tradizionale sia delegittimata per sempre, bollarla come disumana è soltanto il modo più efficace. Mi chiedo però a questo punto che cosa significa ‘umano’”.
Molto, se non tutto, è iniziato in Francia, nel calderone dell’ideologia rivoluzionaria che si è fatta terrore ed è poi penetrata nelle vene del sentire democratico. Si può tirare una linea retta da Rousseau alla laïcité e alla secolarizzazione nordeuropea, passando per la Spagna zapaterizzata dell’omoparentalità e della manipolazione senza limiti. Ma la democrazia americana è nata su presupposti diversi. Mansfield evoca Alexis de Tocqueville – e i suoi tanti travisatori – per spiegare il fraintendimento dell’uguaglianza in America: “Alle origini degli Stati Uniti non c’è l’intolleranza verso l’ineguaglianza. Una delle differenze fra le democrazie europee e quella americana è che qui non c’era una vera aristocrazia, e se c’era era illuminata. Jefferson parlava di ‘aristocrazia naturale’ e la guerra d’Indipendenza è la più grande testimonianza di questa concezione.
Molto, se non tutto, è iniziato in Francia, nel calderone dell’ideologia rivoluzionaria che si è fatta terrore ed è poi penetrata nelle vene del sentire democratico. Si può tirare una linea retta da Rousseau alla laïcité e alla secolarizzazione nordeuropea, passando per la Spagna zapaterizzata dell’omoparentalità e della manipolazione senza limiti. Ma la democrazia americana è nata su presupposti diversi. Mansfield evoca Alexis de Tocqueville – e i suoi tanti travisatori – per spiegare il fraintendimento dell’uguaglianza in America: “Alle origini degli Stati Uniti non c’è l’intolleranza verso l’ineguaglianza. Una delle differenze fra le democrazie europee e quella americana è che qui non c’era una vera aristocrazia, e se c’era era illuminata. Jefferson parlava di ‘aristocrazia naturale’ e la guerra d’Indipendenza è la più grande testimonianza di questa concezione.
E’ stata l’aristocrazia a trascinare la liberazione dall’Inghilterra, e il popolo si è unito. L’ineguaglianza sociale era tollerabile e addirittura buona, che a dirlo adesso sembra scandaloso, anche se credo sia il motivo per cui non abbiamo avuto il socialismo. O almeno non un socialismo esplicito”, ride Mansfield, prima di riprendere il filo: “Il fatto è che nella natura dell’égalité francese c’era già il germe dell’uguaglianza come assenza di differenza, mentre qui se ne parlava più che altro come uguaglianza di fronte a Dio, cioè nella prospettiva dell’uomo-creatura, e come uguaglianza di opportunità economiche e di avanzamento sociale. Per questo ha resistito più di altri paesi ai rovesciamenti sociali, per dir così, ma ormai è chiaro che la forza d’opposizione si sta esaurendo”. E a Washington i “suoi” conservatori sono nel mezzo di un grandioso psicodramma a sfondo elettorale, tanto che “non ci si può aspettare che siano loro a battersi per il common sense”, dice Mansfield. Non saranno i politici a sguainare le chestertoniane spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate.